I CONTRASTI DELLA SOLITUDINE

Soli siamo sempre, è la nostra essenza, siamo soli, unici, in piedi sulle nostre gambe, indirizzati sul nostro cammino. Il mal di pancia ce lo dobbiamo tenere perchè è il nostro, è nostra la gioia di partorire un figlio, di abbracciare nostra madre. Prima di tutto ci siamo noi, prima di dire qualcosa su facebook, prima di mandare una foto con whatsapp tutto si forma lì dentro, dentro un cervello che è solo il nostro e passa attraversa il cuore e le nostre precedenti esperienze, che, proprio quelle e proprio in quell'ordine preciso, sono solo le nostre personali esperienze. Ecco qui la nostra unicità, il nostro "sollus".
C'è dell'altro, c'è la solitudine di cui abbiamo bisogno in alcuni periodi della vita, una ricerca di noi, dell'essenza, senza accusare in nessun modo il peso del vuoto, dove i silenzi non sono mai privi di contenuto ma ricchi di pensieri che ci stimolano e suonano a promesse di cose nuove. La solitudine desiderata regala bellissimi momenti di grande intimità e di straordinaria pienezza e a tratti si rende necessaria per capire dove siamo, individuarci in seguito a dei cambiamenti, riconoscerci.
Poi capita in alcuni frangenti di dover affrontare situazioni in solitudine, di dover andare verso una situazione nuova senza la compagnia fisica delle persone care Possono essere esperienze di lavoro, soggiorni in luoghi sconosciuti, ricoveri in ospedale, piccoli o grandi viaggi che si devono affrontare in solitudine ma nei quali, spesso, non ci si sente soli del tutto perché bene o male si ha l'appoggio emotivo delle persone vicine, il sostegno affettuoso che ci viene dimostrato in modi diversi.
Infine... questa solitudine un po' dolorosa: una sensazione che deriva da un'assenza, una privazione che non si desidererebbe, quando qualcosa o qualcuno che c'era non c'è più o non è più come prima. Era un nucleo che si è spaccato, un cerchio che forse solo momentaneamente non si chiude più, ma per ora semplicemente si percepisce che manca qualcosa e, nonostante si sappia vivere la solitudine, si apprezzi l'unicità del proprio modo di essere, si sia certi dell'affetto e della vicinanza delle persone care, quel pezzetto che è venuto a mancare ha fatto saltare l'intero ingranaggio.
Ora, nonostante il silenzio, quello che si sente è un gran rumore di ferraglia e pensare al nostro sollus non basta più, ci si sente irrimediabilmente soli.

LA PRESENZA DELL'ASSENZA

Mi siedo su una panca di fronte all'entrata di un supermercato, ad aspettare gli acquisti di chi è con me.
Passa un signore, mi guarda sorridendo e scambiamo insieme una battuta sul riposo e il relax di momenti simili.
Lui entra nel supermercato. Io resto sulla panchina.
Passa qualche minuto. Lo stesso signore deve aver dimenticato qualcosa, perchè torna indietro e, passando davanti alla panchina, mi ritrova ancora seduta al mio posto. Mi chiede se non mi è ancora preso sonno, gli rispondo che al contrario la posizione risulta divertente e che guardo passare la vita. Mi sorride e si allontana verso la sua auto.
Nel frattempo arrivano i miei, quindi abbandono il mio punto d'osservazione e salgo in macchina, da dove posso ancora vedere la panchina dove'ero seduta fino a un attimo fa e davanti alla quale passa, in quel momento, di nuovo lo stesso signore, che si riavvia per la seconda volta verso l'entrata del negozio. Lo vedo passare davanti alla panchina e quasi istintivamente cercarmi con un rapido sguardo, ma io non ci sono più.
Da lontano, attraverso i suoi occhi, ho percepito la mia ASSENZA, fatta PRESENZA attraverso i miei.

A ME GLI OCCHI...

Cala la sera e cerco una luce da accendere. Sono in casa di un'amica, sola col suo gatto. La casa è moderna e di design,ci vorrebbero le istruzioni per l'uso: non trovo l'interruttore, probabilmente ci sarà un collegamento con qualche telecomando che non trovo. Resto al buio. Sento delle zampate: è il gatto. Io sono in difficoltà, vedo a fatica le lettere da digitare quando stacco gli occhi dal monitor luminoso, lui invece sta cacciando un piccolo insetto che cerca di allontanarsi dalle sua unghie. Lo vedo grazie alla poca luce che ancora entra dalla finestra aperta.
Il gatto, che nella cattiva foto si gode la vista dal balcone e ora si sta dedicando ad attività venatorie tipiche della sua razza, ha occhi di vetro, grigi laghi inespressivi. Eppure guarda l'insetto, lo segue con lo sguardo mentre si allontana sperando di farla franca.
A volte guarda anche me: mi sento osservata dalle sue orecchie che si muovono in continuazione un po' nervosamente, mi vede con i lunghissimi baffi, con il folto pelo grigio. Tutto di lui è diventato ricettivo, probabilmente anche parti del corpo che altri gatti, impigriti dall'assenza di necessità, hanno dimenticato di avere.
Mi è capitato di provare un tremendo senso di colpa nel vederlo picchiare di muso contro una valigia posata per sbaglio proprio nel bel mezzo di un percorso per lui ormai tranquillo, dove l'attenzione puo' permettersi di abbassarsi.
In altre occasioni, al contrario, mi sono meravigliata altrettanto profondamente nel vederlo percepire, ad un metro di distanza, un paio di ciabatte lasciate in mezzo alla cucina. Salta sui mobili, ne scende, possiede un sensore millimetrato, antenne, mi immagino il suo cervello illuminato dai contatti sinaptici, come un generatore di energia.
Mi scuso per questa meraviglia che provo di fronte a un gatto cieco. La cecità mi fa paura, la conosco poco, poche persone non vedenti hanno incrociato il mio cammino. Batuffolo, il gatto, in questi giorni si lascia conoscere e attraversa, con la sua normalità inusuale, le mie percezioni.
Non ci vedo proprio piu' niente, il buio è totale. Spegnero' il computer e con l'unico senso che posso chiamare in mio aiuto, quello del tatto (a mani tese per salvarmi il naso!), cerchero' di ridare luce a questa situazione. Ho già terminato la mia poca resistenza alla semi-oscurità.

TUBO DI KRASNIKOV - un tunnel attraverso il tempo, che connette il tempo di partenza del viaggiatore con il tempo del suo arrivo

La sensazione è quella di entrare in un tubo; l’aria è densa, inizio il viaggio e so che devo arrivare fino alla fine, dove probabilmente, spero,mi aspetta un’uscita. Mi proietto all’interno della vita, passo attraverso persone, spazi, tempi: vedo e sento tutto ma tutto resta fuori dal tubo. La solitudine diventa una forza che si autoalimenta.
C’è un dolore profondo ad accompagnare questa missione ma per fortuna il tubo mi contiene e semplicemente è sufficiente procedere in avanti, mangiando lacrime e affanno, sminuzzando lo spazio – tempo che resta da percorrere. La vita mi si modifica sotto i piedi, ad ogni passo. Non riesco nemmeno più a riflettere, ho perso il controllo.
Vado a sbattere, c’è paura, il corpo urla, la disperazione prende il sopravvento e poi… la calma.
Il viaggio riprende.
Inizio ad accusare la stanchezza.
Qualcosa penetra dentro al tubo, intorpidendo i miei sensi, un veleno che forse mi merito, qualcosa che la mia anima non conosceva prima, duro da sopportare: il disprezzo, il dolore, la solitudine di un’altra persona. Impressioni che per osmosi mi penetrano dentro.
Il tempo gioca con le sensazioni. Non ho scelta e vado avanti. Ora scivolo verso la fine del tubo, mi lascio andare giù, ad una velocità dettata da fattori indipendenti da me. Lascio che mi si parli senza quasi modificare l’espressione del mio viso.
Sono fuori: improvvisamente il viaggio finisce. E’ trascorsa una settimana intensa come una stagione.
Chiudo il cancello di casa. Io resto dentro. Il tubo si è sciolto. Ciò che fino a qualche ora fa era doping e mi rendeva forte e impermeabile risulta essere ora un sensore che acuisce i dolori muscolari, appesantisce le palpebre e mi incurva le spalle.

Raccolgo le ciliegie, trapianto gli zucchini, il cane mi guarda.
Il tempo mi dirà. Non ho più spiegazioni da dare, né energie da usare.
Se acabò.

SOLO ANDATA

Io lo conosco un vero esploratore. Curioso, un po' invadente, mosso dal puro spirito della scoperta: nella vita, nel lavoro, nel viaggiare non si ferma finché non si ritiene pienamente soddisfatto del risultato.
Io non sono un'esploratrice. Ho talmente poca curiosità, che oggi ho terminato una bella passeggiata a venti minuti dall'arrivo, perdendomi la vista di un lago, di un bel panorama e di una cappella di montagna. Fortunatamente mi sono comunque fermata a gustare un'arancia e un po' di riposo davanti a un paesaggio favoloso.
Altra riflessione sul mio modo di viaggiare che facevo oggi, quando la salita stroncava sul nascere pensieri ad alta voce (parlo col cane, mica da sola...) è quella sulla CIRCOLARITA'. Mi piace affrontare itinerari circolari, che iniziano in un punto e ivi tornano, seguendo un percorso orbicolare. L'atto del "tornare indietro", seguendo la stessa via dell'andata, non mi dà alcuna soddisfazione, anzi, mi procura una sensazione di "già visto", come fosse una perdita di tempo e, siccome per l'appunto non sono un'esploratrice, il mio cervello si mette a riposo, i miei occhi non curiosano, ritrovo unicamente punti di riferimento presi all'andata, solo non vedo l'ora di arrivare.
La circolarità e l'ignoto, nella vita, nel lavoro, nel viaggiare mi mantengono all'erta, mi aiutano a scoprire, mi spingono a maggiori fatiche e me le fanno sopportare meglio; non so quando ha inizio il ritorno, o forse il ritorno in questo modo proprio non esiste e il cammino mantiene fino in fondo il sapore dell'andata. Vivo più intensamente. Chissà! forse, nel mio ciclo evolutivo, è una tecnica sviluppata per mantenermi vigile e vivace, contrastando una pigrizia innata, quando non voglio che prenda il sopravvento.

PER SEDARE VELLEITA' FEMMINISTE

Se è arrivato il periodo di ribellione femminista, se è esplosa l'indole scalciante dell'indipendente sostenitrice del "mi arrangio da sola, grazie", "vorrei provarci io perchè certo che sono in grado", "anche la fatica è un diritto che mi spetta e che posso sostenere", esiste un modo molto semplice per evitare qualsiasi rischio di estremismo.
La ricetta richiede l'esistenza di una porzione di giardino (possibilmente non quello del vicino perchè il senso del dovere per la cura delle proprie cose aiuta ad aumentare la grinta di partenza)dai 200 ai 250 mq ad erba medio alta, terreno umido e una pesante moto-falciatrice chiusa da mesi in un gabbiotto porta attrezzi situato a metà di un bosco in discesa.
Avendola tirata fuori, spinta (o tirata) fino in cima alla salita e tagliata erba umida per un'ora (volata) senza poter vedere ancora quanto manca alla fine del lavoro, ogni goccia di sudore è un richiamo all'umiltà e le lacrime di mestizia sono sintomo di espiazione di qualche colpa sicuramente commessa nei confronti del proprio compagno, presente o passato.
Cessato lo scoramento e in mancanza di un compagno a cui chiedere sommessamente perdono, mi sento una leonessa nonostante le braccia doloranti; il cane ringrazia perchè l'erba tagliata gratta meglio il dorso peloso e il profumo intenso accompagna il mio thé di fine giornata, all'arrivo di un ennesimo temporale.

MI NUTRO DELLA LORO ENERGIA VITALE




Una delle tante ricette curiose che ho trovato razzolando tra blogs di cucina naturalveganamacrobioticaequant'altro, è quella che usa i boccioli di fiori di taràssaco per elaborarli a mo' di capperi e conservarli sott'aceto o sotto sale.
Ho raccolto un buon numero di questi bottoni, in un tardo pomeriggio promettente pioggia e li ho diligentemente preparati come da ricetta, aggiungendo qualche dettaglio a mio gusto.
Sono buoni.
Li metto in insalata e vanno a cadere vicino ai germogli di soia: tutte promesse stroncate sul nascere, loro disposti a crescere, maturare, fiorire, divenire fusto, fiore, generare seme e io pronta a nutrirmi di tutta la loro essenza vitale, di quel brulichìo di elementi energetici invisibili ma di cui mi sembra di sentire il vociferare. Sicuro che non può farmi che bene...

A SEGUITO DEL DIGIUNO

Durante e dopo un digiuno di dieci giorni, dentro e fuori succedono parecchie cose.
Una di queste è stata la revisione del mio regime alimentare, che ultimamente lasciava alquanto a desiderare.
Passeggiando per blogs in internet e studiando e rileggendo libri accumulati in questi anni (ma mai presi tanto in considerazione da arrivare al passaggio della fase pratica), ho disciplinato e inizialmente pianificato la mia futura dieta.
Per fortuna, a punteggiare di stelle il notturno cielo delle regole e del rigore, arrivano le piccole scoperte, l’una tirata dall’altra ed il dopo digiuno si è trasformato in un laborioso periodo di esercizi gastronomici, tutti alla base della piramide della raffinazione degli ingredienti.
Alla base di tutte le adulterazioni, appena entrata al supermercato, prima di arrivare agli scaffali dove le etichette iniziano a sembrare canti della Divina Commedia, si apre la credenza di Madre Natura: semi, radici, fusti, fiori e foglie, per riniziare a nutrirmi scegliendo come farlo.

ARRIVO IN UN PAESE IN FESTA

Leggo d'un sorso "La pratica della meditazione", di Chogyam Trungpa. In due ore letto, sottolineato, assorbito. Dovrò rileggerlo ma l'averlo scelto è stato come lanciare una freccia e fare centro (senza nemmeno avere grande dimestichezza con l'arco).
E' stato come se questo libro avesse suonato il pianoforte su di me, con le sue dita-parole ha toccato tasti che ho fabbricato nel tempo, attraverso esperienze, incontri,convinzioni, pensieri formulati ma magari mai espressi, perché troppo ampi o difficilmente afferrabili.
Non è la chiusura del cerchio, bensì di tanti piccoli cerchi che a loro volta dovranno riaprirsi per andare a comporre qualcosa di molto più grande. E' come un invito a credere di essere sulla strada giusta, che nonostante i girierigiri che ho fatto nella vita pratica, ciò che ha prodotto la mia anima negli anni un senso ce l'ha.
Mi sono sentita COMPRESA, nei sensi proprio e figurativo del termine: "cum insieme e prehendere prendere: prendere insieme, indi contenere in sé; abbracciare con la mente le idee,afferrare con l'intelletto cioè comprendere appieno".
Ho la sensazione che stasera il mio viaggiare mi abbia portato a trovarmi inaspettatamente nella piazza di un paese in festa, con luci accese e gente allegra, che gioiosamente mi accoglierà.

LA ROSA CHE CELIAMO

Grattando la schiena a quella porzione di mondo che è il giardino, ho cercato di togliere tutte le foglie che non erano state raccolte l'autunno passato. Ho spogliato il giardino di una pelle di foglie umide e ricci incastonati nel suolo che hanno riposato sotto la coltre di neve invernale.
Arrivo sotto il cedro e trovo un tesoro meraviglioso: una quantità di roselline di consistenza legnosa, finissime, tanto che appena provo a prenderne in mano una mi si sfalda tra le dita.
Quelle roselline sono ciò che è rimasto delle pigne cadute, la parte più resistente, il nocciolo, l'anima. La pigna si disfa all'impatto con il suolo, le sottili scaglie cadono, il seme si disperde. Resta il centro.
Questa spogliazione-sfogliazione mi fa venire in mente un lavoro mentale che mi piace fare guardando le persone che mi comunicano qualcosa: le spoglio delle loro guarnizioni e le vedo nude. Non cerco il nudo carnale ma il nudo dell'anima, quello che la persona è, sotto l'apparenza data da un atteggiamento o da un vestito.
Il padrone di un bar dove amavo entrare, per me era nudo quando era dietro il banco, facendo il suo lavoro; era talmente sé stesso che ne vedevo l'anima e lo trovavo bello. L'ho visto un giorno vestito in borghese, scendendo dalla sua elegante auto, facendo attenzione a schivare una pozzanghera per non sporcarsi le scarpe e mi è sembrato quasi comico nelle sue movenze. I suoi vestiti e la sua auto non potevano raggiungere la bellezza della sua nudità con il grembiule rosso granata.
Risulta spesso difficile essere fedeli alla popria rosa; l'essenza si riveste di scaglie che si assemblano su di noi fino a celarla. Ma i momenti in cui la nostra anima affiora e si mostra, perchè siamo nella nostra vera pelle, sono gaudio e nutrimento per gli occhi attenti di chi sa vedere.