SOLO ANDATA

Io lo conosco un vero esploratore. Curioso, un po' invadente, mosso dal puro spirito della scoperta: nella vita, nel lavoro, nel viaggiare non si ferma finché non si ritiene pienamente soddisfatto del risultato.
Io non sono un'esploratrice. Ho talmente poca curiosità, che oggi ho terminato una bella passeggiata a venti minuti dall'arrivo, perdendomi la vista di un lago, di un bel panorama e di una cappella di montagna. Fortunatamente mi sono comunque fermata a gustare un'arancia e un po' di riposo davanti a un paesaggio favoloso.
Altra riflessione sul mio modo di viaggiare che facevo oggi, quando la salita stroncava sul nascere pensieri ad alta voce (parlo col cane, mica da sola...) è quella sulla CIRCOLARITA'. Mi piace affrontare itinerari circolari, che iniziano in un punto e ivi tornano, seguendo un percorso orbicolare. L'atto del "tornare indietro", seguendo la stessa via dell'andata, non mi dà alcuna soddisfazione, anzi, mi procura una sensazione di "già visto", come fosse una perdita di tempo e, siccome per l'appunto non sono un'esploratrice, il mio cervello si mette a riposo, i miei occhi non curiosano, ritrovo unicamente punti di riferimento presi all'andata, solo non vedo l'ora di arrivare.
La circolarità e l'ignoto, nella vita, nel lavoro, nel viaggiare mi mantengono all'erta, mi aiutano a scoprire, mi spingono a maggiori fatiche e me le fanno sopportare meglio; non so quando ha inizio il ritorno, o forse il ritorno in questo modo proprio non esiste e il cammino mantiene fino in fondo il sapore dell'andata. Vivo più intensamente. Chissà! forse, nel mio ciclo evolutivo, è una tecnica sviluppata per mantenermi vigile e vivace, contrastando una pigrizia innata, quando non voglio che prenda il sopravvento.

PER SEDARE VELLEITA' FEMMINISTE

Se è arrivato il periodo di ribellione femminista, se è esplosa l'indole scalciante dell'indipendente sostenitrice del "mi arrangio da sola, grazie", "vorrei provarci io perchè certo che sono in grado", "anche la fatica è un diritto che mi spetta e che posso sostenere", esiste un modo molto semplice per evitare qualsiasi rischio di estremismo.
La ricetta richiede l'esistenza di una porzione di giardino (possibilmente non quello del vicino perchè il senso del dovere per la cura delle proprie cose aiuta ad aumentare la grinta di partenza)dai 200 ai 250 mq ad erba medio alta, terreno umido e una pesante moto-falciatrice chiusa da mesi in un gabbiotto porta attrezzi situato a metà di un bosco in discesa.
Avendola tirata fuori, spinta (o tirata) fino in cima alla salita e tagliata erba umida per un'ora (volata) senza poter vedere ancora quanto manca alla fine del lavoro, ogni goccia di sudore è un richiamo all'umiltà e le lacrime di mestizia sono sintomo di espiazione di qualche colpa sicuramente commessa nei confronti del proprio compagno, presente o passato.
Cessato lo scoramento e in mancanza di un compagno a cui chiedere sommessamente perdono, mi sento una leonessa nonostante le braccia doloranti; il cane ringrazia perchè l'erba tagliata gratta meglio il dorso peloso e il profumo intenso accompagna il mio thé di fine giornata, all'arrivo di un ennesimo temporale.

MI NUTRO DELLA LORO ENERGIA VITALE




Una delle tante ricette curiose che ho trovato razzolando tra blogs di cucina naturalveganamacrobioticaequant'altro, è quella che usa i boccioli di fiori di taràssaco per elaborarli a mo' di capperi e conservarli sott'aceto o sotto sale.
Ho raccolto un buon numero di questi bottoni, in un tardo pomeriggio promettente pioggia e li ho diligentemente preparati come da ricetta, aggiungendo qualche dettaglio a mio gusto.
Sono buoni.
Li metto in insalata e vanno a cadere vicino ai germogli di soia: tutte promesse stroncate sul nascere, loro disposti a crescere, maturare, fiorire, divenire fusto, fiore, generare seme e io pronta a nutrirmi di tutta la loro essenza vitale, di quel brulichìo di elementi energetici invisibili ma di cui mi sembra di sentire il vociferare. Sicuro che non può farmi che bene...